TOYAI OBSERVER

 

 

Bollettino elettronico dell’Associazione Toyai ONLUS.

 

 

Edizione Luglio 2004


Chiara, chirurgo di guerra “suo malgrado”

È una testimonianza coinvolgente, che non lascia indifferenti, quella di Chiara Castellani, chirurgo di guerra "suo malgrado". Giovane medico, specializzata in ginecologia, parte a 27 anni per il Nicaragua. Qui resta per 7 anni, di cui gli ultimi 3 li vive a Waslala, zona assediata dalle bande dei contras e disseminata di mine, in prima linea nella guerra che devasta il Paese. Rientrata in Italia, rinuncia all'opportunità di lavorare per le Nazioni Unite, scegliendo di stare tra i poveri, tra quanti "non hanno mai avuto la fortuna di vedere un medico" prima d'incontrarla. Arriva quindi in Congo, allora Zaire, incontrando ancora una volta un Paese devastato dalla guerra. Qui, pur vittima di un incidente stradale che le fa perdere il braccio destro, non rinuncia alla sua missione: impara a scrivere con la sinistra, ad usare la protesi e, quando questa non basta, si serve del braccio delle sue infermiere per il suo lavoro di ginecologa. Nel mese di giugno Chiara è stata in Italia per una serie di incontri.

 

Chirurgo di guerra?

"Non sono mai stata, né sarò mai chirurgo di guerra. A me piace far nascere i bambini, è per quello che ho studiato", si affretta a precisare Chiara Castellani: "Io non ho mai scelto Paesi in guerra. Semplicemente cerco le zone più povere". Ma queste sono anche zone funestate da lotte fratricide, tanto il Nicaragua dei sanguinosi scontri tra contras e sandinisti, quanto il Congo-Zaire di Mobutu e Kabila. Qui Castellani vede giorno dopo giorno morire anche i suoi più vicini collaboratori. Racconta del dottor Richard, che "era di etnia tutsi e questa origine gli è costata la vita". Richard "dirigeva la nostra unità sanitaria ed era divenuto il mio braccio destro – continua Castellani – la mia ala spezzata. Insieme abbiamo salvato decine di vite umane". Quando i militari andarono a prenderlo, Chiara riuscì ad avvertirlo in tempo per farlo fuggire, ma lui preferì restare "per evitare rappresaglie contro la sua gente". Così, pur sapendo a cosa andava incontro, "accolse i militari a braccia aperte, offrì loro cibo, alloggio, vino di palma. Nessuno seppe, finché il giorno dopo i militari non lo obbligarono a rientrare a Kimbau come prigioniero di guerra". È solo uno dei tanti episodi raccontati dalla missionaria, che grida la sua rabbia per "tragedie di cui nessuno ha parlato, che si consumano dove sei escluso dai media, dove non hai neppure un telefono per comunicare con il resto del mondo". Racconta di come ha smesso, durante i massacri nel 1997 e 1998, di ascoltare la radio, perché le facevano venire la nausea "le false verità che nascondono i neanche troppo occulti interessi delle superpotenze implicate nel conflitto". Castellani ricorda le amputazioni e l'orrore "della carne umana morta, magari da molte ore o da giorni, in un corpo vivo", che la pongono ancora una volta di fronte al paradosso: "Non era per quello che avevo studiato, ma per far nascere la vita". Eppure si trova a dover tagliare gambe e braccia, e quando un incidente le fa perdere il braccio destro, riconosce che "non era tanto diverso da quelle membra spappolate dalle mine". L'incidente non le fa perdere la volontà di continuare, rafforzata dall'impegno che le chiederà Richard prima di morire: "Chiara, non dimenticare la nostra gente dall'altro lato del fiume, sii medico anche per loro". Una forza che la spinge, nel 2002, a pronunciare la promessa missionaria di povertà e obbedienza davanti al vescovo di Kenge: "L'ho letta in Kikongo, la lingua della gente con cui condivido la mia esistenza in questo pezzo di Africa dove vivere è sempre più difficile per chi 'non ha voce'", scrive in una lettera.

Chiara castellani grida la sua rabbia: "Possono continuare a sparare contro i pavimenti delle capanne di paglia per uccidere chi non possiede altro che quelle capanne di paglia, possono farci saltare sulle mine anti-uomo, che sono in realtà anche mine anti-donna e anti-bambino, ma non ci uccideranno mai perché siamo molto più vivi di loro, che sono soltanto sepolcri imbiancati, che dai palazzi, votano per la morte di un popolo, magari con la stessa mano con cui si fanno il segno di croce". È tuttavia una rabbia che lascia spazio alla speranza: "Non ci potranno togliere mai il diritto più grande: sperare. È importante continuare a sperare perché significa dare vita a chi ci ha preceduto. Non possiamo privare i poveri di sognare un futuro diverso".

 

 


MATANY LIFE

 

Gruppo di appoggio Ospedale di Matany Onlus

Nel 2003 il Gruppo ha raccolto e inviato a Matany direttamente o indirettamente (attraverso la collaborazione con il CUAMM e Toyai) la cifra di 85956 Euro, che ha consentito peraltro di completare la costruzione del secondo edificio per gli insegnanti della scuola infermieri (tutors' house), con l'aiuto della Fondazione Cariplo.

 

Aggiornamento sulla vita di Matany: personale, attività, sicurezza

Personale

La situazione del personale medico dell'ospedale di Matany è migliorata in modo rilevante in questi ultimi mesi. Dal 2003 vi lavorano due dottoresse italiane, Carmen Orlotti e Maura Lucchini, che soprattutto nella seconda metà del 2003 hanno portato il peso della grave situazione.

Al termine dello scorso anno hanno iniziato a lavorare anche due giovani medici ugandesi, che hanno dato prova di serietà e competenza e che ci si augura possano restare a lungo a Matany.

All'inizio di gennaio si è unito poi anche il Dott. Lorenzo Mecocci, di Firenze, che si fermerà a Matany un anno, e in marzo è arrivato il Dott. Stefano Vicentini, che si fermerà per un periodo più lungo ricoprendo l'incarico di medical superintendant, ossia di direttore sanitario dell'ospedale.

Nelle ultime settimane è giunta anche la Dott.ssa Lorenza Di Pascoli, che dovrebbe fermarsi alcuni mesi ma che potrebbe anche prolungare la sua permanenza là.

Alcuni medici hanno prestato servizio per periodi più brevi, portando la loro competenza specialistica; tra di essi ricordiamo Lorenzo Dal Lago, che aveva già lavorato per molti anni a Matany e che torna periodicamente, e Carlo Berardi, otorinolaringoiatra del Gruppo di Appoggio Ospedale di Matany Onlus di Milano, e il Dott. Gorge Kundaert.

Regina Oettle ha dato una grossa mano nella farmacia dell'ospedale.

Negli ultimi mesi due dei giovani insegnanti di Matany, Magdalen e Charles, hanno completato i loro studi e da allora stanno con gioia ed entusiasmo insegnando nella scuola per infermieri.

 

Attività

Per tutto l'anno tutti i reparti dell'ospedale sono stati pieni e si è visto un aumento considerevole nel numero dei pazienti ammessi e visitati negli ambulatori. Per cercare di rimanere fedeli alla missione di provvedere buona salute e attenzione amorosa ai più poveri del Karamoja i prezzi dei servizi sono stati ulteriormente ridotti, con effetti positivi (sul numero degli assistiti). I programmi indirizzati a chi soffre di malattie croniche quali HIV/AIDS, tubercolosi e malnutrizione sono stati consolidati e hanno assistito molte persone nei villaggi durante l'arco di tutto l'anno.

Uno dei lavoratori di Matany ha felicemente completato un corso di Educazione Pastorale Clinica e ora sta lavorando a tempo pieno nell'ospedale prendendosi cura dei bisogni spirituali degli ammalati.

 

Sicurezza

Purtroppo la situazione è veramente brutta. Qualche mese fa un'ambulanza dell'ospedale è stata oggetto dell'aggressione di alcuni banditi che le hanno sparato contro, mentre tornava da Moroto. Una pallottola ha colpito uno dei sei passeggeri mentre un'altra si è fermata in un sacco di fagioli prima di raggiungere un bidone di benzina che la macchina trasportava. Avrebbe potuto essere un grande disastro. L'amministratore dell'ospedale, Br. Alessandro Casagrande ha scritto una pesante lettera alle autorità, pur con poche speranze che questa pressione possa sortire un qualche effetto favorevole.

Scriveva alcuni mesi fa Padre Damiano Guazzetti: “Le razzie di questi tempi mettono a dura prova i nostri chirurghi e tutto il personale delle sale operatorie e le infermiere che sono costrette ad assistere le lunghe degenze che seguono le ferite da arma da fuoco. La pillola amara da digerire e che viene sempre più spregiudicatamente somministrata a questa gente è l'abbondanza di fucili e munizioni. È là che bisognerebbe intervenire radicalmente. Siamo ritornati ancora ai tempi precedenti il “disarmamento” (il fallito tentativo, svolto dall'esercito regolare ugandese nel 2002, di disarmare i Karimojong). Tutti gli uomini (o quasi) girano indisturbati ovunque con il loro fucile. Il governo e le sue istituzioni sono quasi assenti e... lasciano fare. Quasi tutti i soldati sono stati trasferiti dal Karamoja e stiamo ora vivendo una situazione che sfiora l'anarchia. Quando ne avranno abbastanza di ammazzarsi e rubarsi le mucche a vicenda torneranno a parlare di pace. Ci vuole solo un pizzico di fede”.

 

Handicappati

L'assistenza alle persone con handicap è divenuta un'attività primaria dei servizi territoriali dell'ospedale di Matany. Il coordinatore Martin Ngino, dipendente del governo ma assistito dall'ospedale, sta organizzando gli handicappati delle vicinanze formando un gruppo di supporto, che potrebbe assistere un altro possibile progetto di sviluppo. In questo contesto l'ospedale ravvisa la necessità di formare un fisioterapista per Matany.

 

 


VITA DI TOYAI

 

Progetto di costruzione di un inceneritore presso l’ospedale di Nyapea (Uganda)

L’Associazione Toyai Onlus e l’Organizzazione Non Governativa CUAMM – Uganda hanno elaborato un progetto di costruzione di un inceneritore presso l’ospedale di Nyapea, finanziato dall’Assessorato Tutela Ambientale e Politiche Energetiche della Provincia di Pavia.

Il progetto è stato presentato presso la sede della Provincia di Pavia, lo scorso 6 maggio, dall’Assessore Delio Todeschini, e da Andrea Rovati e Pietro Savarro.

L’Ospedale di Nyapea è un ospedale rurale situato nel Distretto di Nebbi nella regione del West Nile, uno dei più poveri dell’Uganda. È stato fondato dalle suore missionarie comboniane negli anni ‘60 come maternità; negli anni ‘70 sono stati aggiunti alcuni nuovi edifici per ospitare il reparto di pediatria e di medicina generale e nel 2001 è stato costruito un piccolo padiglione di isolamento per i pazienti affetti da tubercolosi; è in corso di completamento un nuovo padiglione destinato ad accogliere il reparto chirurgico e il servizio di radiologia. L’ospedale è situato al centro di un’area rurale, densamente popolata al confine con la Repubblica Democratica del Congo.

La tipologia dei servizi offerti è quella di una medicina di base, senza servizi di alta specializzazione ma con un consistente impegno sul fronte materno-infantile. La qualità dei servizi è mediamente buona, anche se certamente non confrontabile con gli standard europei. L’ospedale svolge anche funzione di direzione dei servizi sanitari territoriali della Contea di Okoro, con una serie di responsabilità in campo di sanità pubblica (vaccinazioni, assistenza prenatale, educazione sanitaria).

Il settore in maggiore difficoltà è quello della manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici e del loro adeguamento tecnologico (sia sul fronte strettamente sanitario che su quello della protezione ambientale e della prevenzione dei rischi biologici). Alcuni interventi stanno diventando improcrastinabili e in particolare l’ospedale non dispone ancora di un inceneritore che possa corrispondere alle esigenze di uno smaltimento corretto dei vari materiali (soprattutto biologici).

Per tale motivo l’Associazione Toyai Onlus e l’Organizzazione Non Governativa CUAMM – Uganda hanno elaborato un progetto di costruzione di un inceneritore presso l’ospedale di Nyapea, nella convinzione che sia necessario sostenere le strutture sanitarie rurali nei Paesi a risorse limitate e allo stesso tempo tutelare e valorizzare l’ecologia e l’ambiente.

Il progetto verrà realizzato tramite il finanziamento dell’Assessorato Tutela Ambientale e Politiche Energetiche della Provincia di Pavia, che già in passato ha dimostrato amicizia e interesse per il lavoro di Toyai e che, grazie all’impegno dell’Assessore Dott. Delio Todeschini, ha deciso di sostenere l’iniziativa.

È stata proposta l’adozione di tecnologie appropriate, avvalendosi della collaborazione di personale esperto nel campo delle tecnologie appropriate per paesi in via di sviluppo. Il modello di inceneritore che verrà costruito è quello disegnato dalla De Monfort University di Leicester (UK). Si tratta di una tecnologia innovativa adatta per ospedali rurali in ambiente africano, con costi di installazione e di manutenzione/utilizzazione molto contenuti. I materiali e le attrezzature da importare sono ridotti al minimo e la maggior parte del materiale richiesto viene facilmente ottenuto in loco. L’impianto prevede le seguenti caratteristiche operative: temperatura minima nel gas = 850°C, tempo minimo di residenza per la combustione del materiale = 0.5 secondi, capacità di incenerimento = 10-15 Kg/ora. L’accensione dell’impianto richiede combustibile locale (legna o carbone) e successivamente utilizza lo stesso materiale da bruciare come fonte di calore, realizzando un risparmio di combustibile.

 

Festeggiamo insieme il compleanno di Toyai!

Vi ricordiamo che come ogni anno ci riuniamo per celebrare insieme la festa della nostra associazione. Vi aspettiamo quindi sabato 10 luglio, a partire dalle 20.30, a Villa Cervini a Garbagna (AL).

 


AFRICA NEWS

 

ZIMBABWE

AIDS: gli antiretrovirali e il “mercato nero” della speranza

Le autorità dello Zimbabwe hanno lanciato l'allarme su un vasto giro di contrabbando di medicinali anti-Aids provenienti dai Paesi dell'Africa australe e rivenduti sul 'mercato nero' interno senza alcun controllo sanitario. Secondo un portavoce del ministero della Sanità di Harare, lo Zimbabwe (e forse anche altri Paesi africani) sarebbe bersaglio di un'attività illecita molto lucrativa ma altrettanto pericolosa. Una rete di commercianti senza scrupoli avrebbe iniziato ad acquistare partite di medicinali anti-Aids presso famiglie povere che vivono in Paesi i cui governi hanno già avviato programmi di distribuzione gratuita dei farmaci antiretrovirali (Arv), per rivenderli poi a prezzi ribassati in quegli Stati in cui il prezzo di un trattamento antiretrovirale è ancora troppo alto. Secondo il ministero della Sanità zimbabwano, i rischi per i pazienti sono molto elevati, dal momento che la somministrazione degli antiretrovirali necessità di un contatto costante tra paziente e medico in grado di verificare l'efficacia del medicinale e di tenere inoltre sotto controllo i possibili effetti secondari. Nello Zimbabwe, dove nelle scorse settimane è partito un primo progetto pilota per la distribuzione gratuita degli Arv, i trattamenti antiretrovirali si possono acquistare solo dietro prescrizione medica. Gli esperti sottolineano come il rischio principale legato a un trattamento casuale e a 'singhiozzo' è che l'organismo sviluppi nel tempo una forte resistenza al farmaco, rendendo di fatto nullo l'unico medicinale in grado di rallentare per il momento gli effetti più devastanti della Sindrome d'immunodeficienza acquisita (Aids/Sida) Lo Zimbabwe è uno dei Paesi più colpiti al mondo dalla sindrome, con una media di 3.000 decessi a settimana. Nel luglio del 2003, il governo aveva pubblicato un proprio studio in cui si indicava che il 24,6 % degli 11,6 milioni di abitanti del Paese era sieropositivo, pur non essendo la malattia necessariamente conclamata. Secondo le cifre fornite nel 2002 dall'agenzia delle Nazioni Unite per l'Aids, la percentuale dei sieropositivi sarebbe più alta e si aggirerebbe intorno al 33 %. Sulla base delle ricerche di un'organizzazione non governativa pubblicate recentemente dall'agenzia di stampa zimbabwana 'New Ziana', negli ospedali dello Zimbabwe circa il 70 % dei pazienti sarebbe comunque sieropositivo o malato di Aids e "il 33 %delle donne incinte nel Paese è sieropositivo".

 

 

UGANDA

Kony il sanguinario si ribattezza “allegro” e irride i missionari

Neanche fosse un cantante rock, abituato a cambiare look, band e nome d’arte, il sanguinario leader del sedicente Esercito di resistenza del signore (Lra), Joseph Kony, l’uomo che da 18 anni sta mettendo a ferro e fuoco il nord dell’Uganda, ha deciso di ‘ribattezzarsi’: da qualche tempo a questa parte, infatti, sulle frequenze delle radio che lui e i suoi uomini hanno rubato nelle missioni religiose e nelle case di altri soggetti privati nel corso delle loro sanguinose scorrerie degli ultimi anni, il capo dell’Lra ha deciso di farsi chiamare ‘Layomcwiny’, che vuol dire qualcosa tipo ‘Fegato che ride’, ovvero ‘L’Allegro’. Con questa mossa, Kony intende irridere i missionari presenti in Uganda, facendo loro sapere che ha solo motivi di soddisfazione, e comunicandoglielo persino utilizzando le radio rubate loro sulle frequenze normalmente utilizzate dai religiosi per comunicare. Oltre all’‘Allegro’, anche tutti i suoi aiutanti hanno deciso di cambiarsi l’appellativo, attribuendosi oltretutto i gradi militari. Questo fenomeno si sta verificando in corrispondenza dell’adozione di un atteggiamento stranamente spavaldo da parte dell’Lra: di solito i ribelli attaccavano o si spostavano di notte, con il favore delle tenebre. Da qualche tempo, invece, hanno cambiato orari e compiono le loro incursioni con la luce del sole, a dimostrazione che non temono davvero nessuno.

 

GHANA

Sfida del pomodoro in salsa euro-africana

In Ghana, i pelati italiani arrivano in grande quantità e stanno sbancando il mercato locale. Eppure un tempo, questo Paese - per sua fortuna immune da conflitti e gravi crisi - esportava pomodori. Cos’è successo? L’onda lunga della globalizzazione è arrivata sulle coste atlantiche del Ghana e ne sta spazzando via la produzione, riducendo sul lastrico migliaia di contadini. La storia di questa "guerra della salsa" inizia a Bruxelles, dove l’Unione Europea destina oltre 370 milioni di euro all’anno alle aziende che producono pomodori. E che grazie ai sussidi comunitari li possono svendere a prezzi anomali, ben più che concorrenziali.

 

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Servizi segreti trovano uranio: poteva essere usato come “bomba sporca”

Le autorità della Repubblica democratica del Congo avrebbero ritrovato un consistente quantitativo di uranio a Kinshasa, la capitale del Paese africano. Lo rende noto con un comunicato la Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nell’ex Zaire (Monuc), secondo cui il materiale radioattivo era stato sagomato a forma di casco coloniale. Il ritrovamento, avvenuto nell’ultimo mese, è il quinto in quattro anni. “Il peso dei ‘caschi coloniali’ rinvenuti” fino a oggi “varia tra i 50 e i 100 chilogrammi” ha detto Fortunat Lumu, consigliere dell’Ufficio congolese della Commissione generale dell’energia atomica. “Nei mesi passati sono stati realizzati dei test su questi ‘caschi coloniali’, che hanno rivelato di contenere del materiale radioattivo. I servizi segreti, d’accordo con il governo, hanno recuperato alcune di questi fonti radioattive sparse nel territorio nazionale, soprattutto a Kinshasa e a Kisangani, oltre che nella provincia del Katanga” ha continuato l’esperto, aggiungendo che “se combinate con dell’esplosivo” queste quantità di uranio, miste a piombo, avrebbero potuto trasformarsi in una cosiddetta “bomba sporca” in grado di “provocare contaminazione”; in ogni caso “non credo che contenessero abbastanza materiale radioattivo per farne una bomba atomica” ha concluso Lumu.

 

 

NIGERIA

Vaccinazione antipolio: “imperdonabile” il boicottaggio di quattro stati del Nord

"Imperdonabile": così Carol Bellamy il capo dell'Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, ha giudicato il comportamento di quattro Stati del nord della Nigeria che si sono opposti alla campagna di vaccinazione contro la poliomielite lanciata in questi giorni in ben 10 Paesi dell'Africa occidentale per un totale di 60 milioni di bambini. "Non è ammissibile permettere che altri bambini restino paralizzati a causa di voci senza nessun fondamento" ha aggiunto Bellamy. I governatori di 4 dei 12 Stati islamici del nord nigeriano - Kano, Bauchi, Zamfara e Niger - non hanno sentito ragioni e non hanno autorizzato la somministrazione della sostanza immunizzante messa a punto dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Dietro il rifiuto di questi Stati si trova la convinzione che la campagna di vaccinazione nasconda in realtà un piano degli Stati Uniti per rendere sterile la popolazione femminile musulmana. "Sacrificare (alla polio) due, tre, quattro, cinque o dieci bambini è il minore dei mali se paragonato al rischio che migliaia o milioni di donne e bambine diventino sterili" ha detto all'agenzia 'Ap' Ibrahim Shekaru, il governatore dello Stato del Kano. La vaccinazione, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), fa parte del programma ‘Fuori la Poliomielite dall’Africa’ lanciato nel 1996 dal presidente sudafricano Nelson Mandela e da altri importanti leader del continente e che ha permesso in sette anni di passare da 205 bambini al giorno colpiti da forme di paralisi permanente provocate dalla malattia a 388 nell’intero anno del 2003. Il piano prevede di sradicare completamente entro il 2005 la poliomielite in Africa. Gli esperti continuano a dirsi preoccupati della decisione dei quattro Stati nigeriani visto che proprio lo Stato del Kano, dove l’incidenza della malattia nel 2003 è salita del 30 per cento con la metà di tutti i casi registrati al mondo, sarebbe diventato un nuovo pericoloso focolaio. Proprio in questi giorni in Costa d'Avorio è stato riportato il primo caso di poliomielite da tre anni a questa parte e l'Oms ha fatto sapere di voler studiare se si tratta dello stesso ceppo trovato in Nigeria.

 

 

IL LORD RESISTANCE ARMY NEL NORD UGANDA

 

di Rodolfo Casadei (Tempi)

 

Muoia il tiranno, il popolo viva

 

Nel nord Uganda insanguinato da 17 anni di stragi sono impossibili sia una vittoria militare, sia una pace negoziata. Solo l’eliminazione fisica del capo della guerriglia può salvare la vita di due milioni di innocenti

 

“Li avevo convinti, i capi della guerriglia. Erano d’accordo che era arrivato il momento di finirla con tutti questi orrori. Ma alla fine mi hanno detto: “Dobbiamo parlare di questo a lapwony, il grande maestro”. E lui la pace non la vuole. Ha fatto sapere per radio la sua risposta: “Bada a quel che fai, prete. Potete parlare solo con me, decido tutto io”. Padre Tarcisio Pazzaglia, comboniano marchigiano da 38 anni missionario fra gli acholi, darebbe il sangue per veder tornare la pace nell’Uganda settentrionale. E poco c’è mancato che gli toccasse per davvero: nell’agosto di due anni fa è rimasto coinvolto in una sparatoria fra governativi e guerriglieri ed è stato arrestato con la falsa accusa di complicità coi ribelli, poi rilasciato senza scuse. Insieme ad altri missionari stava in realtà compiendo una missione di pace, nell’intento di far deporre le armi ai guerriglieri. Oggi è un uomo sfiduciato: “I leader religiosi di questa regione, cattolici e protestanti, hanno fatto tutto quello che era umanamente possibile, a volte sfidando le ire del governo, ma è tutto inutile: i comandanti dei ribelli sono completamente soggiogati dalla personalità di Joseph Kony. E lui la pace non la vuole proprio”.

 

Joseph Kony, lo spirito del male

Joseph Kony è il creatore, il gran sacerdote, il leader carismatico del Lord Resistence Army (Lra), l’Esercito di resistenza del Signore che sotto questa mistica definizione da 17 anni semina morte e orrore, ed è la più longeva ribellione armata a sfondo magico-religioso nella storia dell’Africa moderna. Quando sentite parlare di migliaia di bambini rapiti e trasformati per mezzo di violenze fisiche e psicologiche in macchine di morte; di ragazzine ridotte a schiave e ad oggetti sessuali; di stragi indiscriminate come quella che il 24 febbraio scorso ha fatto 200 morti, uomini, donne e bambini, nel campo profughi di Barlonyo; di labbra, nasi, orecchie, natiche e mani mozzate a colpi di machete e di coltello; di bizzarri riti a base di unzioni, aspersioni e formule magiche per rendere invulnerabili i combattenti; di feroci carnefici che si credono invincibili e protetti dagli spiriti e vittime che si considerano in balìa del potere di un potente stregone, ebbene sappiate che tutto questo esiste perché lo ha iniziato 17 anni fa Joseph Kony, a quel tempo un 25enne senza arte né parte, ma parente di Alice Lakwena, una famosa medium acholi che alla fine degli anni Ottanta aveva dato per un po’ filo da torcere all’esercito governativo scatenando un’orda di invasati che combattevano a petto nudo e con lance e frecce contro le mitragliatrici. Ma mentre le schiere della Lakwena furono spazzate via, insieme alle sue dottrine esoteriche, nel giro di un anno, Kony continua a far regnare il terrore e a tenere sotto scacco le truppe di uno dei più temuti eserciti africani su di un territorio grande come Lombardia e Piemonte.

Da dieci anni a questa parte Yoweri Museveni, inossidabile uomo forte dell’Uganda, annuncia che la ribellione sta per essere estinta e che la testa di Kony sta per cadere. Ancora di recente ha ripetuto: “Gli assassini della gente nel nord saranno uccisi”. Ma nessuno, dopo tutto questo tempo, crede nella soluzione militare sul campo. Su un punto invece gli ugandesi sono d’accordo col loro presidente con un’unanimità che fa ammutolire: Joseph Kony ed i suoi più stretti collaboratori devono morire. Giudizi frutto di un imbarbarimento? Sbruffonate di chi confonde la dura realtà con fantasie da film o da giornale a fumetti? Non si direbbe. Tommaso d’Aquino, che ha teorizzato la liceità della soppressione fisica del tiranno per il bene del popolo, probabilmente giustificherebbe questi terribili discorsi.

 

Una guerra che non può essere vinta

La guerra con l’Lra non può essere vinta militarmente o risolta per via negoziale per una serie di buone ragioni. Non può essere risolta con un compromesso perché la lotta armata dell’Lra non ha uno scopo politico, ma escatologico. Mira a “purificare” il popolo acholi, che così rinnovato sarebbe in grado di abbattere l’ateo Museveni e instaurare un governo dell’Uganda fondato sui Dieci comandamenti. L’Lra sottopone il popolo acholi a brutalità sconfinate, benché da esso provengano il suo leader e la maggior parte degli effettivi, senza rimorsi e senza la preoccupazione di privarsi di una base di consenso, perché la nascita del popolo nuovo, del nuovo clan acholi di cui Kony favoleggia (e di cui farebbero parte anche elementi di altre etnie “convertiti”), ha bisogno della morte di quello vecchio: “I vecchi acholi devono morire, ricominciamo dai bambini”. L’allucinazione tribal-esoterica dell’Lra riecheggia l’allucinazione ideologica dei Khmer rossi cambogiani: sopprimere il popolo contaminato e creare un popolo puro a partire dai bambini.

Certo, questo apparato teorico può essere letto anche come la copertura di motivazioni più pratiche: in Africa, dove da tempo la politica è diventata guerra in contesti di totale destrutturazione sociale, si supplisce con l’intimidazione alla mancanza di consenso, si ricerca la sottomissione anziché l’adesione; si ricorre ai bambini per creare feroci combattenti perché sono i soggetti più malleabili; e divieti bizzarri fatti passare per comandamenti divini, come quello di non circolare in bicicletta, mirano più che altro ad un efficace controllo del territorio. Ma questo non modifica il giudizio circa l’impossibilità di trattare con soggetti del genere.

In secondo luogo, la guerra con l’Lra non può essere vinta per ragioni militari: il movimento riceve armi ed addestramento dall’esercito del Sudan, territorio che è retrovia e rifugio sicuro dei ribelli, e ha possibilità illimitate di reclutamento di nuovi combattenti attraverso il rapimento di bambini. Il sostegno sudanese all’Lra costituisce una rappresaglia per l’analogo aiuto che l’Uganda fornisce ai ribelli sudanesi dell’Spla, l’Esercito popolare per la liberazione del Sudan che dal 1983 combatte contro tutti i governi arabi che si sono succeduti a Khartum in nome dei neri del sud. Più volte Uganda e Sudan si sono accordati di cessare le reciproche interferenze, ma tranne che per alcuni mesi nel 2002, quando l’esercito ugandese è stato addirittura autorizzato a dare la caccia ai ribelli in territorio sudanese, la cosa non ha mai funzionato. La versione ufficiale del governo sudanese è che alcune guarnigioni nel sud agiscono senza la sua autorizzazione. L’Uganda, per non vedersi costretta a dichiarare guerra al Sudan, accetta questa versione di comodo.

 

Grande è la potenza del male

In terzo luogo, non è ipotizzabile una resa dell’Lra perché anche gli elementi più ragionevoli della sua dirigenza sono completamente soggiogati dalla personalità di Joseph Kony. Man mano che la guerriglia si è rafforzata militarmente, le asserzioni circa armi soprannaturali sono passate in secondo piano: anche i bambini soldato oggi si battono e uccidono più per compiacere i loro capi adulti e per evitare le crudeli punizioni, fino alla morte, che sono riservate a chi non obbedisce, e non tanto perché convinti che l’unzione, le formule magiche, i canti e le preghiere li rendano invulnerabili. Ma la credenza nei poteri soprannaturali di Kony resta fortissima in adulti e bambini: “Sono veramente convinti che sia posseduto da uno spirito molto potente - dice padre Pazzaglia - e che questo spirito, oltre a permettergli un contatto diretto con la divinità, gli consenta di scrutare nei pensieri di chi lo circonda. Raccontano storie di tentati tradimenti da lui sventati con la sola forza del pensiero. Nessuno dentro all’Lra si azzarderà ad organizzare una congiura contro di lui, questo è certo”.

Se Kony e la cerchia ristretta dei suoi aiutanti fossero eliminati, la totalità dei ribelli deporrebbe le armi e l’incubo finirebbe: su questo punto le opinioni sono unanimi, persino il colonnello Walter Ochora, comandante del distretto militare di Gulu che deve fare propria la linea della guerra senza pietà all’Lra, ammette: “Gente come Vincent Otti, il vice di Kony che ha fatto massacrare 300 persone nell’area di cui lui stesso è originario, sa che non potrà mai tornare a vivere fra la sua gente. Ma altri comandanti vogliono la pace. Kony però è contrario”. Purtroppo Kony e i suoi sfuggono alle azioni dell’esercito, e a pagare il prezzo dell’inefficienza delle forze armate è la povera gente. Anche recentemente i leader religiosi acholi, lango e teso hanno denunciato la situazione: “Spesso vengono annunciate grosse cifre di ribelli uccisi, ma noi sappiamo che in molti casi si tratta di bambini innocenti rapiti che perdono la vita in questi scontri armati... La situazione intollerabile e disumana di quasi due milioni di persone sfollate deve essere affrontata. I loro campi profughi, inadeguatamente protetti, sono diventati terreno di coltura di abietta povertà, collasso dei valori morali e culturali, rapida diffusione dell’Aids e di molti altri mali”. Nel nord Uganda anche oggi c’è un’enorme disponibilità al perdono. I bambini che vengono recuperati all’Lra sono reinseriti nelle comunità di origine, che li accettano nonostante i delitti abominevoli che essi sono stati costretti a compiere, e che spesso ne hanno sfigurato l’umanità e la psiche. Ma fino a quando lo spirito del male non verrà privato della forma in cui si è incarnato, nulla di durevole potrà essere costruito. Per l’Uganda che piange da troppo tempo, cercasi disperatamente bounty killer.

 

 


AFRICA HEALTH

 

Lotta all'AIDS in Uganda

Il dramma dell’AIDS sconvolge l’Africa. È noto che la malattia, riconosciuta nei primi anni ’80 negli Stati Uniti e lì diffusasi nei primi anni dopo la sua scoperta, ha raggiunto ben presto raggiunto il continente africano, dove ha avuto effetti devastanti, tanto che oggi proprio in Africa si registra la maggior parte dei casi di morte attribuiti all’infezione da HIV.

Tuttavia l’Africa non è rimasta inerme di fronte alla malattia e, in particolare in Uganda, fin dai primi anni ’90 sono state approntate strategie per combatterla. In un mondo che fatica sempre più a riflettere sul senso della vita e del comportamento dell’uomo, illudendosi che la tecnica sia la soluzione di ogni problema, la storia della lotta africana contro l’AIDS insegna che il primo presidio è quello dell’educazione, strumento imprescindibile senza il quale non esiste farmaco o vaccino che possa essere realmente efficace.

Un esempio concreto di queste iniziative ci viene offerto dalla rete dei 27 ospedali delle diocesi cattoliche ugandesi, che fanno capo allo Uganda Catholic Medical Bureau, diretto dal nostro amico Bro. Daniele Giusti.

Come detto, il primo presidio della lotta all’HIV è l’informazione: in 23 ospedali è operativo un servizio di counseling (VCT) dei pazienti e dei loro familiari, e in altri 3 questa attività verrà realizzata a breve. Programmi di educazione sanitaria in senso lato sono al momento attuati in 18 ospedali, e altri 3 li avvieranno presto.

Poiché il rischio di trasmissione dell’infezione dalla madre al feto è molto alto e si attua durante il parto, la somministrazione di farmaci attivi contro il virus può ridurre significativamente il numero di bambini che contrae l’infezione in quella circostanza: in 12 ospedali dell’UCMB è in atto il programma PMCTC, che prevede appunto questa terapia farmacologica; la PMCTC è in programma anche in altri 13 ospedali: come ci ricorda Daniele Giusti, la sofferenza degli innocenti è motivo di scandalo per tutti, e l’impegno in questa direzione deve essere massimo.

La riduzione dei costi dei farmaci e la crescente disponibilità di risorse rende oggi possibile curare anche molti malati, anche se ancora in modo non ancora capillare sul territorio: al momento 4 ospedali dell’UCMB hanno in corso tale attività (ART), mentre è in previsione in altri 9.

La malattia causa conseguenze devastanti sul fisico dei malati: in tali casi, anche se la guarigione è al di là delle possibilità dei sanitari, occorre offrire loro condizioni di vita le più umane e dignitose possibili; ciò si può attuare con programmi di assistenza domiciliare, attualmente attivi in 17 ospedali dell’UCMB e in programma in altri 5.

La sfida è davvero enorme, e le risorse umane e finanziarie necessarie ingenti; in particolare molte strutture sanitarie dei paesi a risorse limitate stanno ora affrontando il problema della carenza di personale qualificato che possa lavorare nelle attività sopra descritte.

Molto si sta muovendo nel campo della lotta all’AIDS, e anche Toyai è chiamata a svolgere la sua parte, mediante l’impegno diretto e con il sostegno ai nostri fratelli nella preghiera.

 

 


SUI PROGETTI DI TOYAI

 

Rendiconto Toyai 2003

www.matany.org/rendiconto_toyai_2003.pdf

 

Relazione di attività Toyai 2003

www.matany.org/relazione_toyai_2003.pdf

 

Borsa di studio per un medical officer (Augustine Oryekot)

www.matany.org/progetti/borsa_di_studio_MO.pdf

 

Borsa di studio per un tecnico di radiologia

www.matany.org/progetti/tecnico_radiologia.pdf

 

Medico volontario 2004 (Toyai e Milano)

www.matany.org/progetti/medico_2004_toyai_milano.pdf

 

Formazione del personale di laboratorio

www.matany.org/progetti/personale_laboratorio.pdf

www.matany.org/progetti/lab_technologist.pdf

www.matany.org/progetti/lab_technician.pdf

www.matany.org/progetti/lab_assistant.pdf

 

Progetto diabete Maracha

www.matany.org/progetti/diabete_maracha.pdf

 

Progetto di costruzione di un inceneritore presso l'ospedale di Nyapea (Uganda)

www.matany.org/progetti/inceneritore_nyapea.pdf

 

Sostegno delle attività sanitarie di base del Bokora Health District

www.matany.org/progetti/phc_2004.pdf